Questo giorno che incombe di Antonella Lattanzi è un romanzo che parte da un trasloco apparentemente luminoso e lo trasforma in una lenta erosione di fiducia, identità e sicurezza domestica. Qui il vero centro non è solo il mistero della scomparsa, ma il modo in cui una casa, un condominio e i rapporti di vicinato diventano strumenti di pressione psicologica. In queste pagine si capisce bene come il noir italiano possa farsi anche racconto sulla maternità, sulla colpa e sul dubbio.
I punti chiave da tenere a mente prima della lettura
- La storia segue Francesca, madre di due bambine, in un nuovo condominio che sembra rassicurante ma si rivela inquietante.
- Il romanzo è uscito il 14 gennaio 2021 e ha vinto il Premio Scerbanenco 2021.
- La tensione nasce soprattutto da isolamento, sospetto e vuoti di memoria, non da una semplice trama investigativa.
- La casa non fa solo da sfondo: diventa quasi un personaggio, con una funzione emotiva e simbolica precisa.
- Il libro lavora molto sul lato oscuro della maternità, senza idealizzazioni facili.
- È una lettura forte per chi ama il thriller psicologico e meno adatta a chi cerca un giallo lineare e rassicurante.

Di cosa parla il romanzo e perché la cornice iniziale conta
Io lo leggo soprattutto come un romanzo di soglia: il trasferimento a Giardino di Roma sembra aprire una vita nuova, ma in realtà spalanca un territorio di sospetto. Francesca arriva in un condominio moderno, luminoso, ordinato, con un marito presente solo a tratti e due figlie piccole da accudire; all’inizio tutto suggerisce protezione, perfino benessere. Poi, quasi senza rumore, qualcosa si incrina.
La forza dell’impianto sta qui: il disorientamento non nasce subito da un evento clamoroso, ma da piccoli scarti, dettagli fuori posto, impressioni che non si lasciano verificare con facilità. La scomparsa della bambina, che irrompe più avanti, non è un trucco narrativo isolato, ma il punto in cui il dubbio privato si aggancia alla cronaca e la paura domestica smette di essere solo interiore. È anche questo il motivo per cui il romanzo funziona: non chiede al lettore di scegliere presto una verità, lo obbliga invece a stare nel margine instabile tra percezione e realtà.
Conta molto anche la sua origine, liberamente ispirata a un episodio di cronaca realmente accaduto a Bari, nel palazzo in cui l’autrice è cresciuta. Non è un dettaglio ornamentale: serve a capire perché il libro abbia una tensione così concreta, quasi fisica, pur restando letterario e costruito. Da qui si passa naturalmente al suo nucleo più interessante, cioè il modo in cui la casa diventa il vero motore del racconto.
Perché la casa diventa il vero centro narrativo
In narrativa, uno spazio perturbante è un luogo familiare che smette di rassicurare e inizia a restituire inquietudine. Qui il condominio non è semplice ambientazione: è un dispositivo di pressione. Il cancello rosso, i vicini solerti, le visite educate, il portiere impeccabile, tutto ciò che dovrebbe comporre una periferia ordinata si trasforma lentamente in un sistema di controllo.
Questa scelta è più intelligente di quanto sembri. Se il romanzo avesse puntato solo sul mistero esterno, la tensione sarebbe stata più tradizionale. Invece la casa assume una funzione quasi autonoma: osserva, suggerisce, condiziona. Io trovo efficace proprio questo slittamento, perché sposta il baricentro dal “cosa è successo” al “che cosa fa un luogo alla mente di chi lo abita”.
- Il condominio crea isolamento pur essendo pieno di persone, quindi rende la solitudine più opaca.
- Il vicinato produce una sorveglianza continua, non dichiarata ma percepibile.
- La soglia domestica, invece di proteggere, diventa una frontiera che non fa passare via l’angoscia.
Quando un romanzo riesce a far sentire la casa come una presenza, non sta solo costruendo atmosfera: sta dando forma visibile a una paura invisibile. Ed è proprio da questa pressione che emerge il tema più doloroso del libro, quello della maternità vissuta come identità sotto esame.
Maternità, colpa e paura di non essere all’altezza
Qui il romanzo dà il meglio di sé, perché non tratta la maternità come un ideale astratto ma come un’esperienza concreta, faticosa, contraddittoria. Francesca si muove dentro un’immagine molto rigida di sé: dovrebbe essere accogliente, sempre presente, stabile, capace di tenere insieme tutto. Il problema è che la vita reale non aderisce a quel modello, e il divario tra aspettativa e quotidiano diventa una frattura emotiva.
Io trovo convincente il fatto che Lattanzi non riduca questa crisi a un semplice crollo individuale. C’è anche la riduzione sociale della madre a funzione: cura, presenza, sacrificio. Quando il romanzo mostra Francesca sola in casa, lontana dal lavoro, immersa nel ritmo ripetitivo delle giornate, il peso non è solo psicologico. È culturale. Il testo mette a fuoco quel punto in cui la colpa privata si intreccia con una pressione collettiva molto riconoscibile.
Per questo il libro non parla soltanto di paura, ma anche di vergogna, autosorveglianza, senso di inadeguatezza. Il lato oscuro della maternità, qui, non è un artificio provocatorio: è il luogo in cui una persona smette di fidarsi della propria percezione e comincia a chiedersi se stia davvero reggendo il proprio ruolo. Da questo nodo si apre la questione tecnica più interessante, cioè come il romanzo costruisce la tensione senza affidarsi solo all’evento finale.
Come Lattanzi costruisce la tensione senza perdere controllo
Il meccanismo che regge il libro è quello del thriller psicologico, cioè un racconto in cui il conflitto principale nasce dalla mente, dalla memoria e dal sospetto più che dall’azione pura. Qui la suspense non dipende da una corsa continua, ma da un’erosione lenta della certezza. Ogni scena aggiunge una piccola scheggia, ogni omissione sposta il lettore un po’ più avanti senza dargli terreno solido.
Quello che mi sembra riuscire meglio è il bilanciamento tra precisione narrativa e disordine interiore. La lingua non indulge nel decorativo, ma neppure diventa fredda: resta incalzante, tesa, con una qualità quasi visiva nei passaggi più angoscianti. Quando funziona, il romanzo dà davvero l’idea di un crescendo, non di una somma di colpi di scena.
| Elemento narrativo | Che cosa fa | Effetto sul lettore |
|---|---|---|
| Vuoti di memoria | Rendono incerta la percezione di Francesca | Spingono la storia nel territorio dell’inaffidabilità |
| Vicini e spazi comuni | Amplificano il controllo sociale | Trasformano il quartiere in una macchina di sguardi |
| Casa-personaggio | Materializza l’angoscia | Rende fisico ciò che altrimenti resterebbe astratto |
| Cronaca e finzione | Ancora la storia al reale | Aumenta il disagio perché il possibile diventa vicino |
Questa costruzione non è neutra: chiede attenzione e una certa disponibilità a stare nel malessere, perché non tutto viene spiegato in modo lineare. Ed è proprio per questo che vale la pena chiarire a chi lo consiglierei davvero, e in quali casi invece può risultare più pesante del previsto.
A chi lo consiglierei e quando può lasciare distante
Io lo consiglierei senza esitazione a chi cerca un romanzo capace di mescolare noir, dramma psicologico e osservazione sociale. Funziona molto bene per chi ama le storie in cui il mistero non è solo un enigma da risolvere, ma un modo per entrare nelle crepe di una relazione, di una casa, di un’identità. Funziona anche per chi apprezza i libri che non si accontentano di un solo genere e tengono insieme inquietudine, affetto, paura e ambiguità.
Può invece lasciare più distante chi vuole una trama investigativa lineare, con indizi puliti e soluzione ordinata. Qui il punto non è solo capire “chi” o “come”, ma attraversare la frattura emotiva che il romanzo mette in scena. Per questo lo leggo come una prova importante di Lattanzi: non tanto perché sia compiacente verso il lettore, ma perché gli chiede di accettare che la verità narrativa, in certi casi, sia fatta di attrito e non di chiarezza.
- Da leggere se ti interessano i romanzi sulla maternità senza idealizzazione.
- Da leggere se ami le atmosfere claustrofobiche e i luoghi che diventano simboli.
- Da leggere se ti piacciono i thriller psicologici con una forte componente letteraria.
- Da evitare, forse, se cerchi ritmo puro e risoluzione rapida.
Da qui si arriva bene all’ultimo punto, quello che resta addosso dopo aver chiuso il libro: non la sola soluzione della vicenda, ma il modo in cui la storia ha trasformato una casa in una domanda morale.
Cosa resta dopo l’ultima pagina
La cosa più interessante, per me, è che il romanzo non si esaurisce nel mistero della scomparsa. Rimane la sensazione di aver attraversato un luogo domestico che non garantisce più protezione e di aver visto da vicino quanto siano fragili le forme della normalità quando vengono isolate, sorvegliate e caricate di aspettative impossibili. In questo senso il libro lavora bene anche oltre la sua trama: lascia un residuo emotivo, non solo narrativo.
Se dovessi dire perché vale ancora la lettura, direi questo: perché mostra con chiarezza che il vero terrore, a volte, non arriva dall’esterno ma dal modo in cui uno spazio, un ruolo e uno sguardo collettivo possono stringersi attorno a una persona fino a farle perdere fiducia in sé. È lì che il romanzo trova la sua forma più forte, e lì che continua a farsi ricordare.