La città e le sue mura incerte è un romanzo che chiede tempo, attenzione e una certa disponibilità al dubbio. Al centro ci sono una storia d’amore interrotta, una città separata dal mondo da confini instabili e una riflessione sulla memoria, sull’identità e sul potere dei libri. In questo articolo chiarisco di cosa parla davvero l’opera, quali temi la sostengono e perché si colloca in modo così riconoscibile nell’immaginario di Murakami.
Ecco cosa conta davvero prima di iniziare
- Non è un romanzo da leggere come un semplice intreccio d’azione: il peso sta nell’atmosfera e nei simboli.
- La biblioteca non è uno sfondo: è uno dei luoghi in cui il libro rende concreta la sua idea di memoria.
- Le mura della città funzionano come metafora del confine tra perdita, desiderio e identità.
- Chi conosce Murakami ritrova i suoi motivi più tipici, ma qui il tono è ancora più meditativo.
- Il romanzo rende meglio se lo si affronta senza aspettarsi una spiegazione unica e definitiva.
Di cosa parla davvero il romanzo
La trama parte da una scomparsa e da una ricerca che dura ben oltre l’emergenza iniziale. Un giovane incontra l’amore, lo perde, poi si mette sulle tracce di una città immaginaria che forse esiste solo come spazio mentale; nel frattempo trova lavoro in una biblioteca isolata, dove i libri diventano un modo per abitare il mondo con meno rumore. La storia procede tra realtà quotidiana e zone di sogno, ma il centro non è il colpo di scena: è la perseveranza del desiderio.
A me sembra un romanzo di soglia: ogni scena spinge il protagonista verso un passaggio, non verso una soluzione. Per questo la lettura può sembrare lenta a chi cerca una progressione tradizionale, mentre il suo senso si costruisce per accumulo, eco e ritorno.
- c’è una assenza che continua a produrre movimento;
- c’è una città murata che attrae e respinge allo stesso tempo;
- c’è una biblioteca che funziona come rifugio, lavoro e prova del reale.
Capire questo punto è essenziale, perché da qui si vede subito che il libro non vuole rassicurare il lettore con una trama lineare, ma guidarlo dentro un’esperienza più ambigua e più fragile. Ed è proprio questa fragilità a portare il discorso sui temi centrali del romanzo.
I temi che tengono insieme la città, le mura e la memoria
Il romanzo vive di pochi nuclei forti, ma li lavora con grande coerenza. Le mura, la città, i libri, la donna perduta, il lavoro in biblioteca: tutto torna attorno a un’idea precisa di mancanza. Io lo leggo così, come un racconto in cui il simbolo non serve a decorare la storia, ma a darle peso emotivo e mentale.
L’amore come assenza che non smette di agire
La relazione iniziale non è solo un antefatto romantico. È la ferita che continua a orientare ogni scelta del protagonista. Murakami, qui, non tratta l’amore come promessa di compimento, ma come ciò che lascia un vuoto organizzato, una forma di mancanza che struttura il tempo. Per questo il romanzo parla tanto di memoria: ricordare non significa conservare intatto, significa continuare a vivere dentro ciò che non c’è più.
Le biblioteche come spazio morale
La biblioteca è uno dei luoghi più importanti del libro perché non rappresenta solo la cultura, ma una certa disciplina dello sguardo. È un posto dove si entra in relazione con le storie degli altri senza rumore, senza spettacolo, senza imposizione. In Murakami questo conta molto: la lettura non è mai soltanto evasione, è un modo per reggere l’ambiguità del mondo. E qui la biblioteca diventa quasi una controcittà, ordinata ma non rigida, silenziosa ma non vuota.
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Il doppio e il confine tra mondi
La città dalle mura incerti non è importante solo perché è strana. Lo è perché rende visibile il confine tra ciò che crediamo stabile e ciò che invece cambia sotto i nostri piedi. C’è il mondo “normale”, con le sue regole pratiche, e c’è un altro spazio, più poroso, dove identità, ombre e desideri sembrano separarsi dalla loro forma abituale. Murakami lavora spesso su questo sdoppiamento, ma qui il meccanismo è particolarmente netto: il confine non è mai un muro definitivo, è una soglia che vacilla.
Questa rete di temi spiega perché il romanzo non vada letto come un semplice esercizio di fantasia. Le sue immagini servono a parlare di perdita, di desiderio e di ciò che resta di noi quando una relazione o un ricordo smette di essere accessibile. Da qui si capisce anche meglio il posto che il libro occupa nell’opera dell’autore.

Come si inserisce nell'opera di Murakami
Io lo leggo come un ritorno, ma non come una ripetizione meccanica. Murakami riprende alcuni dei suoi materiali più riconoscibili e li riorganizza con un passo più raccolto, quasi più paziente. Chi ha letto i suoi romanzi precedenti riconoscerà subito l’aria di famiglia, però qui il tono è meno spettacolare e più contemplativo.
| Elemento ricorrente | Come appare qui | Perché conta |
|---|---|---|
| Protagonista solitario | Un uomo definito più dalla ricerca che dall’azione | Trasforma la vicenda in un percorso interiore, non in una semplice avventura |
| Spazio parallelo | La città murata come luogo separato e instabile | Dà forma concreta al conflitto tra desiderio e realtà |
| Biblioteca | Luogo di lavoro, rifugio e ascolto | Rende la lettura una pratica esistenziale, non ornamentale |
| Tempo sospeso | La storia procede per ritorni, variazioni e riprese | Sostituisce il classico crescendo con una logica di sedimentazione |
Chi conosce titoli come Kafka sulla spiaggia o Hard-Boiled Wonderland e il paese delle meraviglie ritroverà la stessa attrazione per i territori ambigui, ma qui il movimento è più controllato e meno vertiginoso. È un romanzo che non cerca di stupire a ogni pagina; preferisce costruire una tensione più lenta, che lavora sotto pelle. E proprio per questo va scelto con aspettative corrette.
A chi lo consiglierei e con quale aspettativa
Se ami la narrativa che vive di atmosfera, simboli e risonanze emotive, questo libro ti offre molto. Se invece cerchi un intreccio serrato, con svolte continue e spiegazioni esplicite, potresti percepirlo come un romanzo trattenuto, persino refrattario. Non lo considero un difetto: è una scelta di ritmo e di sguardo.
Io lo consiglierei soprattutto a chi accetta queste condizioni di lettura:
- leggere senza pretendere che ogni elemento venga tradotto in modo didascalico;
- accettare una lentezza narrativa che serve a creare densità, non vuoto;
- considerare i luoghi come stati interiori, non solo come scenografie;
- prestare attenzione alle ripetizioni, perché nel romanzo non sono ridondanze casuali ma ritorni significativi.
In altre parole, il libro premia il lettore disposto a stare dentro l’incertezza invece di chiedergli subito di scioglierla. E questa disponibilità diventa ancora più utile quando si arriva alla sua vera eredità emotiva.
Perché il suo confine continua a muoversi dopo la fine
La cosa più interessante, per me, è che il romanzo non chiude davvero il suo spazio simbolico quando arrivi all’ultima pagina. Le mura restano “incerte” perché il libro insiste su un’idea molto precisa: ciò che perdiamo non sparisce in modo ordinato, continua a modificare la forma della nostra coscienza. È qui che la città immaginaria smette di essere un semplice espediente fantastico e diventa una figura della memoria.
Se vuoi ricavarne il massimo, ti conviene leggerlo tenendo a mente tre cose:
- segui il lessico del limite, perché mura, soglie, porte e passaggi sono il vero sistema nervoso del libro;
- non cercare una sola chiave allegorica, perché il romanzo funziona proprio quando ammette più livelli di lettura;
- considera la biblioteca come un dispositivo di orientamento, non come un semplice sfondo colto.
Se lo affronti così, il romanzo smette di sembrare evasivo e diventa molto preciso: racconta quanto sia difficile dare una forma stabile a ciò che perdiamo, e quanto spesso la letteratura sia l’unico luogo in cui quel vuoto riesce davvero a parlare.